Il tema del caporalato agricolo continua a rappresentare uno dei nodi più complessi e dolorosi dell’agricoltura italiana. Non riguarda soltanto i campi di raccolta intensiva o le grandi produzioni industriali: è un fenomeno che attraversa territori, filiere e modelli produttivi diversi, incidendo sulla credibilità dell’intero settore. Scrivo queste riflessioni alla fine di novembre, in una fase in cui le attività in vigna sono ormai concluse e l’attenzione delle aziende si è spostata in cantina, tra vinificazioni, travasi e lavori di affinamento. È proprio in questo momento dell’anno, più raccolto e meno frenetico, che diventa naturale fermarsi a guardare non solo ciò che avviene dentro le vasche e nelle botti, ma anche ciò che accade dietro le quinte dell’intera filiera.
Parlare di vino, su Le Vie di Bacco, significa anche raccontare ciò che accade dietro ogni bottiglia, comprese le condizioni di chi lavora la terra. È una scelta che appartiene a una visione del vino come espressione di sostenibilità ambientale, culturale e sociale. Negli ultimi anni, mentre cresce l’interesse verso pratiche agricole più rispettose dell’ambiente, come quelle tipiche della viticoltura naturale, cresce anche l’attenzione alle dinamiche del lavoro. La qualità non si misura soltanto in vigna o in cantina: passa attraverso trasparenza contrattuale, sicurezza e dignità per i lavoratori stagionali e fissi.
Il quadro tracciato dal VII Rapporto Agromafie e Caporalato della FLAI-CGIL (2024) restituisce una fotografia nitida e inquietante. Nel 2023, in Italia, sono circa 200.000 i lavoratori agricoli irregolari, un dato che rappresenta quasi il 30% del lavoro dipendente agricolo. Tra questi, una parte significativa — stimata tra 50.000 e 55.000 donne — vive condizioni di particolare vulnerabilità, spesso legate non solo all’irregolarità contrattuale ma anche al ricatto abitativo, alla pressione economica e, in alcuni casi, a forme di violenza o sfruttamento di genere.
Il rapporto evidenzia inoltre una condizione di “lavoro povero”: molti braccianti irregolari percepiscono, su base annua, retribuzioni intorno ai 6.000 euro lordi, una cifra che rende evidente quanto lo sfruttamento sia non solo una questione giuridica, ma anche economica e sociale. A questo si aggiunge un altro dato significativo: su 3.529 ispezioni concluse dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro nel settore agricolo, il 59,2% delle aziende controllate è risultato irregolare. Segno che il fenomeno non riguarda solo sacche isolate, ma costituisce una criticità strutturale.
Trend nazionale del caporalato agricolo nel periodo 2018–2023
L’andamento degli ultimi anni mostra un fenomeno stabile e resistente: le oscillazioni non suggeriscono una vera diminuzione, ma semmai una capacità del caporalato di adattarsi alle trasformazioni economiche, normative e stagionali dell’agricoltura italiana.
Distribuzione regionale
La distribuzione territoriale non sorprende: molte irregolarità si concentrano nelle regioni dove la domanda di manodopera stagionale è elevata. Tuttavia, nessuna area ne è davvero esente, confermando che il caporalato è un fenomeno nazionale, non circoscritto.
Il ruolo del vino naturale: una filiera diversa è possibile
Nella comunità del vino naturale, parlando anche con diversi vignaioli, la riflessione sul lavoro sta diventando sempre più centrale. Molti produttori considerano la tutela dei lavoratori parte integrante della loro idea di sostenibilità. Non solo biodiversità, non solo suoli vivi: anche diritti, contratti regolari, condizioni dignitose. Non si tratta di un tratto accessorio, ma di un’estensione naturale dell’approccio etico alla produzione.
Questo non significa che la filiera del vino naturale sia automaticamente immune da criticità — nessun settore lo è — ma mostra come un modello diverso sia possibile: un’agricoltura che non separa la cura della terra da quella delle persone che la lavorano.
Il caporalato non è un tema distante dal mondo del vino: è una questione che riguarda l’agricoltura nel suo insieme. Analizzare i dati, comprendere le dinamiche e sostenere pratiche etiche è essenziale per costruire una filiera davvero sostenibile. Il vino naturale indica una strada possibile: preservare la terra e rispettare chi la coltiva sono, da sempre, due facce della stessa scelta.











