Ci sono serate in cui il paesaggio e il vino si fondono in un’unica grande emozione. Passeggiare nella suggestiva location del lungomare Falcomatà di Reggio Calabria tra i banchi d’assaggio di Vinitaly and the City, manifestazione tenutasi lo scorso 8 e 9 agosto, è stata la conferma di quanto la viticoltura calabrese stia vivendo una stagione di straordinaria maturità e consapevolezza.
La Calabria non è più il luogo dove, come scriveva Mario Soldati, ogni famiglia si fa il suo vino artigianale — un rito che racconta una delle tradizioni più radicate in questa Regione —, ma sta diventando sempre più un luogo dove c’è ricerca della qualità.
In questa vetrina ricca di energia, tra interpretazioni d’autore dei grandi autoctoni e sorprese da vitigni internazionali, uno spazio in particolare ha catturato la mia attenzione: l’area dedicata ai vignaioli del Vibonese, una realtà dinamica e affascinante che si sta compattando attorno al progetto della futura Doc Costa degli Dei.
Il Vibonese è un mosaico di microzone affacciate sul mare, caratterizzato da sabbie rosse, colline ventilate e borghi sospesi nel tempo. Per anni l’isolamento geografico è stato vissuto come un limite, ma oggi si rivela una benedizione poiché ha agito da scudo, proteggendo tradizioni vecchie di secoli e preservando una viticoltura pulita, biologica, lontana da mode passeggere e scorciatoie di cantina. Qui la rivoluzione enologica passa attraverso una filosofia produttiva condivisa, fondata sul rispetto della materia prima, sulla pluralità di interpretazioni che mantengono sempre al centro sapidità, freschezza e rigore tecnico. I due grandi ambasciatori di questa terra sono il Magliocco Canino, simbolo dei rossi identitari, e lo Zibibbo, emblematico nei bianchi secchi o macerati.
Tra i banchi dei produttori vibonesi incontrati durante la manifestazione, l’espressività e la pulizia dei sorsi hanno confermato la grandezza di questo terroir. Un punto di riferimento imprescindibile quando si parla di Magliocco Canino è Casa Comerci di Nicotera, che con il suo A Batia, un rosso da uva in purezza, regala una prova d’autore di rara eleganza dal profilo ampio, profondo nel sorso e dotato di una persistenza lunghissima. La stessa cantina dimostra la centralità di questo vitigno anche con etichette come Libìci, dal colore brillante quasi corallo.
L’esplorazione prosegue con la Cantina Masicei, emblemmatica per la precisione tecnica applicata allo spumante metodo classico da Magliocco Canino attraverso il loro Rafè, una bollicina gastronomica, tesa e dalla marcata sapidità marina. Nel campo dello Zibibbo in purezza, Mario Romano di Cantina Origine & Identità propone Centodì, dove la macerazione sulle bucce diventa uno strumento espressivo puro per restituire un bianco balsamico, pulito e materico. Sul fronte dello Zibibbo secco, le Cantine Benvenuto di Francavilla Angitola si confermano una guida fondamentale nel superare l’aromaticità facile: coltivato a 350 metri di quota nel parco delle Serre, il loro vino regala profumi di zagara, erbe spontanee e una mineralità vibrante. Infine, le scelte etiche di recupero dei terreni abbandonati della Cantina Lacquaniti si traducono nel rosato Tramonti, dove pressature soffici ed estrazioni delicate sul Magliocco Canino donano grande misura e freschezza, mentre la giovane Cantina Artese chiude il cerchio con Aurum Deum, un passito da appassimento lento e naturale in cui note di miele e frutta secca si bilanciano con un’inaspettata acidità.
C’è un’antica usanza popolare nelle campagne vibonesi: alla nascita di una figlia femmina, i viticoltori mettevano da parte una botte di Magliocco Canino, destinata a essere stappata solo il giorno delle sue nozze. È un gesto ancestrale che parla di tempo, attesa e profonda fiducia. I vini artigianali del Vibonese condividono la stessa natura: non inseguono la foga del consenso immediato, ma chiedono di essere scoperti con lentezza, custodendo la memoria della terra e restituendo al calice pura verità.












