Sulle alture di Bova, nel cuore dell’area grecanica della Calabria, a 700 m s.l.m., dove l’aria profuma di mare e montagna, due fratelli camminano tra i filari in punta di piedi. Il sole di prima mattina accarezza le foglie, che brillano come gemme verdi, mentre il vecchio palmento scavato nella roccia racconta storie di generazioni passate. Qui, Bruno e Carmelo Traclò hanno deciso di fare molto più che coltivare viti: hanno scelto di custodire un patrimonio di memoria e passione. È qui che nasce Lanò, un vino unico, un IGT Palizzi Rosso plasmato secondo tecniche ancestrali, divenuto simbolo di una viticoltura che unisce storia, natura e dedizione artigianale, un vero gioiello della produzione calabrese.

L’incontro con la terra
Carmelo si ferma, appoggia la mano sul tronco contorto di un vigneto centenario e sorride. «Questa pianta ha visto mille primavere», sussurra, come parlasse di un amico. Il vigneto, poco più di un ettaro, è censito già nel Settecento: apparteneva al vescovo di Bova prima di passare alla famiglia Traclò. Si trova su antichi terrazzamenti costruiti a secco, con un terreno argilloso misto a sabbia, baciato da escursioni termiche e venti marini. In questo microclima unico, le uve trovano la loro voce più autentica.

Il battito del passato
Scendendo verso la cantina, nel centro del borgo di Bova, la porta che si apre è un vecchio portone in legno. All’interno, si conserva ancora un antico palmento, dove le uve giungevano trasportate dagli asini e venivano pigiate con i piedi nudi, come si faceva nei secoli passati. Oggi, invece, la vinificazione avviene in un palmento situato nei pressi del vigneto. Qui il mosto rimane a contatto con le bucce per 13-14 giorni, in una lunga macerazione che esalta profumi e struttura. La separazione del mosto dalle vinacce avviene con un vecchio cesto in vimini: un gesto straordinario, che richiama con forza l’artigianalità della produzione. “Lanò” significa proprio palmento, e questo spazio sacro continua ad essere il cuore pulsante della vinificazione. Ogni calpestio è un battito che unisce passato e futuro. Carmelo Traclò, oltre ad essere vignaiolo, è anche tra gli ultimi parlanti della lingua greco-calabra, un dettaglio che rafforza il legame culturale profondo con queste terre.

Una miscela di radici
Il segreto di Lanò è la cofermentazione di varietà autoctone. Rosse e bianche si mescolano in un abbraccio spontaneo: Lacrima piccola di Bova, Nerello Calabrese (da queste parti chiamato Mavrèli), Castiglione, Nocellara, Guardavalle e Tundhulidda. È un’unione che racconta la ricchezza di un territorio, dove la diversità diventa armonia. Dopo qualche giorno di riposo in acciaio, il vino riposa in bottiglia per almeno due anni, svelando lentamente i suoi profumi più segreti.
Il primo sorso
Quando verserai Lanò nel calice, vedrai un rosso granato che cattura lo sguardo. Avvicinando il bicchiere, ti avvolgerà un bouquet di ciliegie mature, erbe selvatiche e un soffio di tabacco. Al primo assaggio, i tannini gentili accarezzano il palato, mentre una freschezza sapida ti riporta al profumo della terra bagnata. E poi, il finale: un ricordo di liquirizia che si perde in un abbraccio caloroso.
Il rito della condivisione
La sera, intorno a un tavolo di legno grezzo, il vino scorre lento tra risate e racconti. Accanto, un piatto di prodotti del posto e formaggi stagionati: un incontro deciso, che esalta ogni sfumatura di Lanò. Ogni bottiglia è un viaggio che parte da Bova e arriva al cuore.
Un tesoro da scoprire
La produzione è limitatissima: solo poche migliaia di bottiglie all’anno, disponibili recandosi dal produttore. Il modo migliore per avere una bottiglia di Lanò è quello di conoscere i Traclò, ascoltare le loro storie, camminare tra i filari e toccare con mano un mondo che resiste al tempo. Lanò non è un semplice vino: è una storia che aspetta di essere raccontata, un piccolo gioiello di Calabria pronto a farsi amico di chiunque voglia ascoltare.










